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01 aprile 2025 cronache della religione pagana
Il concetto di egoismo pagano e il concetto di egoismo nel cristianesimo

Claudio Simeoni

Cronache mese di aprile 2025

01 aprile 2025

Il concetto di egoismo pagano e il concetto di egoismo nel cristianesimo

"L'egoismo come rimedio all'infantilismo della sottomissione cristiana" è il titolo di un piccolo trattato che misi a disposizione nel web dal 1999.

Il pezzo tratta della coercizione morale, imposta fin dall'infanzia, e della necessità dell'individuo di liberarsene per affrontare al meglio le condizioni sociali in cui vive. Questo trattato individuava nei vizi capitali, o peccati capitali come indicati dalla chiesa cattolica, una delle chiavi di lettura della coercizione cristiana che bloccava lo sviluppo dell'ego dell'individuo.

Premetto che il concetto di ego, egoismo, non è un concetto che ha un valore assoluto, ma il suo valore etico-morale ha il suo fondamento nella struttura ideologica da cui nasce e dalla quale viene definito. Per il cristianesimo, quando emerge l'ego dell'uomo, questo si mette in concorrenza con l'ego del suo Dio. Per il cristianesimo è importante distruggere l'ego di ogni singolo individuo affinché ogni singolo individuo venga sottomesso all'ego del suo Dio.

Il Paganesimo, che ritiene l'uomo come soggetto divenuto nella natura attraverso lo sviluppo del proprio ego, generazione dopo generazione, riconosce all'ego, di ogni soggetto della Natura, il potere di rappresentarsi, di agire, nel mondo trasformandosi generazione dopo generazione. Gli Esseri della Natura divengono sviluppando il loro ego.

L'ego, per i cristiani, quando si sviluppa è la fonte di dominio dell'uomo sull'uomo. L'ego, per i Pagani, è la promozione di sé stessi in un mondo di soggetti che promuovono sé stessi.

Esistono delle esigenze reali per rimuovere uno schema ideologico cattivo e coercitivo imposto dai cristiani mediante l'idea dei "vizi capitali" che i cristiani definiscono come peccati. Simon Laham scopre il trucco della libertà che la rimozione del concetto di peccato capitale alimenta nella psiche dell'individuo, ma continua a collocare l'individuo all'interno dello schema generale della coercizione cristiana. Come se la coercizione educazionale cristiana fosse una condizione naturale che l'uomo vive inevitabilmente e non un oggetto da sottoporre a critica. Il cristianesimo è trattato come oggettività naturale e non come attività criminale finalizzata alla coercizione dell'uomo. Il cristianesimo costruisce un processo educazionale nel quale costringe l'uomo a veicolare la sua psiche e le sue pulsioni vitali in una gerarchia di controllo sociale (alla cui vetta c'è Dio) legittimando una morale coercitiva e distruttiva in nome del diritto di dominio della gerarchia. Sia perquanto riguarda il singolo individuo che per la societù nel suo insieme.

La condizione fondamentale che porta al fallimento della psicanalisi e della psicologia è quello di non mettere in discussione l'oggettività, spesso criminale, in cui l'uomo diviene, si adatta, crescendo dalla primissima infanzia fino all'età adulta. Età adulta che la psicanalisi e la psicologia trattano come elemento naturale dell'uomo pretendendo di modificarne singoli aspetti, ma mantenendo costante la struttura sociale coercitiva nella quale l'uomo si forma e diviene.

Simon Laham scopre la "gioia del peccato" che libera la struttura psichica da un aspetto coercitivo opprimente e che, quell'oppressione, diventa la costante in cui si manifesta la percezione psichica dell'ambiente da parte del soggetto. Tale oppressione induce la malattia psichiatrica come risposta soggettiva ai principi morali imposti dal cristianesimo. La malattia psichiatrica viene sviluppata come una forma di difesa soggettiva fra una psiche imprigionata dall'educazione morale cristiana e la necessità di liberarsi da quei legami per poter vivere la propria quotidianità. Violare le imposizioni morali educazionalmente imposte alimenta un senso psicolologico di benessere solo quando tale violazione non viene seguita da sensi di colpa. Il senso di colpa è il guardiano psichico che costringe l'individuo ad obbedire alle imposizioni morali dell'educazione cristiana. Spesso il cristiano quando viola le imposizioni morali non lo fa come una liberazione della sua struttura psichica, ma come un atto criminale perché è convinto convinto che la violazione, che lui chiama peccato, sia in realtà un reato contro Dio.

Essendo pensato come un reato, spesso, non mette limiti all'azione delittuosa perché il dolore psichico del senso di colpa è uguale, sia per una violazione che chiama "peccato capitale" sia per una piccola violazione che ritiene grave in quanto "offesa a Dio".

Come scrissi nel trattato "Egoismo come rimedio all'infantilismo della sottomissione cristiana", la liberazione dalla coercizione espressa dal considerare vizi o peccati elementi come lussuria, accidia, ozio, invidia, ira, gola, orgoglio, permette all'individuo di reagire alle sollecitazioni sociali agendo opportunamente per migliorare la società tutta. Mentre nel cristianesimo, che indica le pulsioni di vita come peccati da esecrare e da perseguire, l'uomo è creato ad immagine di un Dio criminale e il peccato è tale perché è un'offesa al suo Dio padrone, la società, che a differenza della verità del dio padrone è aperta ad ogni futuro possibile, la pratica e la veicolazione delle pulsioni censurate come peccati o vizi, apre tutta la società ad un futuro migliore di questo presente.

A Simon Laham fugge da una visione d'insieme per cogliere le prerogative dell'individuo "furbo" in una società di malati da sensi di colpa. Il furbo, secondo Simon Laham, si soddisfa nel peccato, mentre il malato fa del peccato una sbarra della sua prigione.

Solo gli Stregoni possono pensare una società senza sbarre e senza filo spinato emotivo, non certo psicologi o psicoanalisti come Simon Laham che, fuggendo, hanno trasformato la psicanalisi e la psicologia in una discarica di macerie.

Riporto l'articolo del giornale La Repubblica scritto da Elena Dusi il 27 febbraio 2012:

I vizi capitali possono aiutare

"Scopri la gioia del peccato" Nel libro "Joy of Sin" lo psicologo australiano Simon Laham afferma che questi sono perfettamente in linea con la nostra natura. E spiega: "Se guardiamo alle evidenze scientifiche, si scopre che in realtà hanno molti aspetti positivi". Ecco perché.

SETTE VIZI capitali? "Se riusciamo a maneggiarli con saggezza, possono tornarci estremamente utili". Parola di Simon Laham, psicologo dell'università di Melbourne, che delle nostre debolezze ha guardato la faccia meno scontata scoprendone gli intriganti punti di forza. Nel libro "Joy of Sin" ("La gioia del peccato", per il momento disponibile solo in inglese), il cui titolo fa il verso a quel "Joy of Sex" che fu uno dei manuali più famosi degli anni '70 in America, Laham ripercorre la scienza del nostro senso morale. Scoprendo che i vizi che definiamo da secoli come "capitali" sono in realtà del tutto in sintonia con la nostra natura. E se riusciamo a padroneggiarli senza farci trascinare - è il messaggio - possono addirittura acuire le nostre migliori caratteristiche.

"La morale - così Laham spiega la genesi del suo libro - è un aspetto molto più complesso di quel che pensiamo. Etichettare qualcosa come "giusto" o "sbagliato" fa perdere molte sfaccettature interessanti. Dei sette vizi capitali è stato detto per secoli che sono da evitare a ogni costo. Ma quando si guarda alle evidenze scientifiche, si scopre che in realtà hanno molti aspetti positivi". La lussuria, per esempio, aguzza il cervello. "Ci rende più attenti ai dettagli e più efficienti nella scomposizione dei problemi alla ricerca di una soluzione. In una parola, migliora il ragionamento analitico" spiega lo psicologo australiano. Sprona poi la nostra creatività, un tratto sempre grandemente apprezzato dalla persona corteggiata.

Ma cosa sarebbe la lussuria senza la gola. Laham ha una parola buona anche per chi indulge a cibo e dolci: "Uno studio citato nel libro dimostra che un individuo che ha appena mangiato una fetta di torta è più disposto a dare soldi in beneficenza rispetto a un individuo affamato. Chi è a dieta, d'altra parte, tende ad avere difficoltà nei test di problem solving". La stessa avidità, entro certi limiti, ha i suoi aspetti positivi. "Denaro vuol dire opportunità, e quindi occasioni per essere felici", trova Laham. "Se l'avidità non è eccessiva e non compromette le nostre relazioni sociali o la salute, non ci sono controindicazioni alla voglia di arricchirsi".

Lavorare per guadagnare va bene, ma senza compromettere il sacrosanto riposo. Così anche per la pigrizia arriva da Melbourne una riabilitazione. "Correre tutto il giorno ha come effetto secondario la tendenza a concentrarci solo sui nostri problemi. È stato dimostrato invece che rallentare e oziare ci mette in sintonia con gli altri. Per questo i pigri sono meno egoisti e più attenti alle esigenze di chi si trova in difficoltà". Dormire a lungo e con soddisfazione, spiegano poi molte ricerche citate nel libro, alleggerisce il cervello e migliora le funzioni cognitive come memoria e creatività.

Se poi proprio qualcuno si deve invidiare, è bene sceglierlo con oculatezza. "Confrontarci con chi è migliore di noi è sempre positivo" spiega ancora Laham. "Ma diventa controproducente se l'oggetto dell'invidia è una figura irraggiungibile". E un confine sottile separa anche l'orgoglio che è giusto riconoscimento di un successo dall'eccesso di presunzione che ci si ritorce contro come un boomerang. "Parlare dei propri risultati come frutto di duro lavoro paga sicuramente. Attribuirli a ipotetiche qualità innate o a puro talento ci porta invece ad apparire tracotanti".

Come infine testimoniò Lutero ("Non lavoro mai tanto bene come quando sono ispirato dalla rabbia") un'ira giustificata che si trasforma in indignazione rende più vibranti le nostre facoltà. "Proviamo rabbia quando ci troviamo di fronte a un'ingiustizia o quando incontriamo degli ostacoli che ci allontanano dalla meta" conferma Laham. "In entrambi i casi, l'istinto ci porta a lottare per raggiungere la meta o per ripristinare la giustizia sociale". Per chi credeva che peccare fosse solo una questione di lasciarsi andare, ecco dimostrato quanta storia c'è dietro a una scienza delle tentazioni tanto antica quanto Adamo ed Eva.
(27 febbraio 2012)

Tratto da:

repubblica.it 2012/02/27

Che l'oggetto dell'invidia sia un oggetto irraggiungibile per i cristiani, appare evidente. Il cristiano si identifica col Dio padrone o con l'onnipotenza del suo Gesù. L'invidia è per il ruolo del Dio padrone o di Gesù. Ogni persona di "rango elevato" la trattano come fosse un Dio padrone o un Gesù al quale sono deferenti e sottomessi. Che i cristiani considerino un peccato essere orgogliosi davanti al loro Dio padrone, è un dato di fatto (si inginocchiano e si prostrano), ma che gli uomini siano orgogliosi del risultato dei propri sforzi, non solo è legittimo, ma apre ad altre possibilità da ottenere e raggiungere mediante altri e nuovi sforzi.

Se in una società, basata sull'identificazione nel modello del Dio padrone, superare il Dio padrone è un peccato "nessuno può essere più del maestro", in una società in continuo divenire e in continuo miglioramento il superamento del presente è un dovere inderogabile, "triste quell'allievo che non è migliore del suo maestro".

Per questo motivo i vizi capitali, o peccati capitali, sono vissuti dalla società come ostacoli enormi. Ostacoli allo sviluppo dell'individuo e della società. Un peccato commesso dal Dio padrone cristiano. Una bestemmia del Dio padrone e del padrone Gesù, suo "figlio", contro l'umanità e le sue aspirazioni di libertà. La psicologia non condanna il Dio padrone dei cristiani o il Gesù dei cristiani. Non li condanna non perché non individui nelle loro azioni dei delitti contro l'umanità, ma perché lo psicologo, lo psichiatra, lo psicoanalista nel farlo è attraversato da sensi di colpa per l'educazione che lo ha sottoposto alla coercizione cristiana. La mancanza di condanna del Dio padrone di ebrei e cristiani è un limite che lo psicoanalista non è psicologicamente in grado di fare. Come Freud non fu mai in grado di superare il complesso di Edipo e la sottomissione al Mosé ebreo, anche quando ne avvertiva tutta la violenza e il carattere inumano della sua attività. Laham conclude l'intervista rilasciata a Duse affermando "In entrambi i casi, l'istinto ci porta a lottare per raggiungere la meta o per ripristinare la giustizia sociale". Con questo detta i limiti. La mia giustizia è la condanna per le violenze messe in atto dagli adoratori del macellaio di Sodoma e Gomorra e del criminale in croce.

Solo la condanna di costoro può ripristinare la giustizia nella società e nelle mie emozioni violentate. Non si tratta di "ripristinare la giustizia", ma di condannare i responsabili "dell'ingiustizia". Che poi questa condanna possa, a lungo termine, ripristinare un senso della giustizia, può essere. Ma non potrà mai essere se la fonte dell'ingiustizia, il Dio padrone di ebrei e cristiani e il criminale in croce, non saranno condannati per delitto con tutti i modelli morali e sociali che hanno imposto all'umanità.

 

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